Parliamo tanto, tantissimo di inclusione. È una parola che riempie i discorsi dei politici, le campagne pubblicitarie e le nostre coscienze. Poi, però, esci di casa e ti scontri con la realtà. Una realtà fatta di barriere architettoniche che, invece di diminuire, sembrano moltiplicarsi nei modi più inaspettati. La mia ultima battaglia? Trovare un taxi. Un gesto che per molti è banale, ma che per me è diventato un’impresa quasi impossibile.
Fino a qualche anno fa, il taxi era la mia soluzione, la mia piccola conquista di autonomia per sopperire alle difficoltà con i mezzi pubblici. Oggi, quel salvagente non esiste quasi più. Da nord a sud, il trend è uno solo: i tassisti scelgono crossover, SUV e van altissimi. Veicoli moderni, spaziosi, forse anche più comodi per chi non ha problemi, ma per me sono fortezze inaccessibili.
La cronaca di una frustrazione annunciata: a gennaio, ad Arezzo, rimango a piedi. Nessun taxi disponibile su cui io riesca a salire. A Roma, dopo un’odissea di telefonate e attese, riesco a trovarne uno quasi per miracolo. Ieri, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ad Assisi. Di fronte alla mia evidente difficoltà, la risposta del tassista di turno è stata un capolavoro di burocrazia deresponsabilizzante: “Lei deve prendere accordi con le associazioni territoriali“.
Rileggiamola insieme: “deve prendere accordi”.
In questa frase c’è tutta l’ipocrisia di un sistema che predica l’inclusione ma pratica la segregazione. Io non voglio “prendere accordi”. Io voglio essere libero. Libero di visitare una città, di decidere all’ultimo momento di spostarmi da un punto A a un punto B, di sentirmi stanco e chiamare un’auto pubblica per tornare in albergo. Voglio avere la stessa libertà di chiunque altro, senza dover pianificare ogni mio spostamento come se fosse una spedizione militare, dipendendo dalla disponibilità di un servizio “speciale”.
È questa l’inclusione di cui ci riempiamo la bocca? Un mondo in cui una persona con disabilità deve vivere una vita a compartimenti stagni, con percorsi dedicati e programmati, separati da quelli di tutti gli altri? No, questa si chiama ghettizzazione, per quanto ben organizzata possa essere.
La verità è che mentre si costruiscono rampe (spesso fuori norma) e si promettono fondi, si permette che nuove barriere vengano erette in piena luce del sole. La scelta di un modello di taxi non è un dettaglio privato del tassista, ma un atto che ha una profonda ricaduta pubblica. Un servizio pubblico, quale è il taxi, deve servire tutto il pubblico.
Non si può delegare l’autonomia di una persona a un’associazione. L’autonomia si costruisce abbattendo le barriere, non creando percorsi alternativi. Si costruisce con taxi su cui tutti possano salire, con gradini più bassi, con auto pensate per la comunità e non solo per le mode del momento.
Finché la risposta alle mie, alle nostre difficoltà sarà “devi chiamare l’associazione”, allora la parola “inclusione” rimarrà solo un bell’orpello da sfoggiare nei convegni. Io non voglio essere un caso da gestire, voglio essere un cliente da servire. E, soprattutto, un cittadino libero.
